Le Porte del Sogno Piz Eghen

LE PORTE DEL SOGNO

Se nasci e vivi a Cortenova due sono le presenze costanti nella tua vita, da un lato l’incessante batter del maglio che accompagna giorno e notte la produzione di ferro e dell’altro la possente mole del Piz Eghen, che sovrasta ogni angolo del paese. Anche camminando tra le strette vie del centro, o sorseggiando un caffè ai tavoli esterni dell’unico bar in piazza, appena si alza lo sguardo in alto, lui c’è come discreta e sicura presenza.

Così per i ragazzi del paese due sono le possibilità, o rimanere con la testa bassa a rincorrere un pallone che rotola per terra, o alzare gli occhi al cielo e sognare di raggiungere la cima del Pizzo. Questo sogno viene ancor più alimentato le sere d’estate, quando per uno strano gioco di luci, la parete si illumina di arancio con il resto della Grigna scuro di fondo. 

“I sogni prendono forma sul terminare del giorno, per essere modellati la notte e realizzati l’indomani”.

Questa cornice è ciò che lega molti protagonisti verticali di questa parete, uniti da un personaggio comune percussore di questi sogni, che forse in anticipo con i tempi, culla l’idea di realizzare una palestra di vie  lunghe d’arrampicata per i ragazzi del paese, in modo che inizino ad alzare gli occhi in alto e scoprano oltre al calcio il mondo dell’arrampicata.

Così Pippo, all’anagrafe Giuseppe Carì, accompagna in una nebbiosa giornata autunnale, un agguerrita e variopinta squadra di local alla base della parete. Il team è composto sia da scalatori con qualche esperienza montana e i primi peli della barba grigi, sia da chi la barba non sa nemmeno cosa sia, avendo le guance ancora sporche di latte. 

L’ obiettivo è aprire dal basso con il pianta spit a mano, una linea di arrampicata libera che conduca in cima alla montagna, ovvero la via “Città di Cortenova”. 

Cortenova contava allora circa 1000 abitanti e l’appellativo città sicuramente è un poco ambizioso cosi come il progetto o forse ancora premature le competenze di apertura possedute dai componenti del team, tanto che il tentativo si blocca a circa 30 metri da terra con soli due spit piantati. 

Un grande flop? Apparentemente si ma in realtà quei due spit piantati hanno un significato immenso e diventano i semi di grandi sogni, che hanno bisogno solo del giusto tempo per germogliare. 

Quel giorno alla base della parete tra i componenti del team troviamo una delle più prolifere e forti cordate valsassinesi, Andrea Spandri e Adriano Selva, che rimangono rapiti da questa parete e con la giusta maturazione tornano ed esprimono al meglio loro stessi nel capolavoro verticale che è “Prigionieri dei Sogni”.

Vi è poi Pietro Buzzoni che grazie a questo input, sulle montagne di casa si sente “Libero di Sognare” e sulle compatte placche del Lario apre diversi itinerari, accomunati da una rigida etica e dal fil rouge del piacere e logicità della scalata, anche a scapito della mera difficoltà. 

Come detto poc’anzi inoltre, c’è anche un bambino con le guance sporche di latte e i suoi grandi occhi azzurri rivolti alla strapiombante parete, in un misto di paura ed eccitamento. Quel giorno però egli non ha nemmeno modo di calzare le scarpette d’arrampicata, ma torna a casa iper-gasato, tanto da appendere una degli ingrandimenti fotografici fatti dal padre (scattato con una macchina Kodak panorama usa e getta di cartone anni ’90 dalla bassissima risoluzione), sopra il letto al soffitto della sua camerata in mansarda. Questo gli permette di vedere ogni sera prima di addormentarsi quella splendida parete, sognarla la notte e ritrovarla costante sopra di lui appena apre gli occhi.

Infatti “i sogni prendono forma sul terminare del giorno, per essere modellati la notte e realizzati l’indomani”.

Quei semi piantati in quella nebbiosa giornata autunnale, maturano anche per Andrea, che prima da secondo di cordata con i personaggi sopra citati e successivamente da primo e con svariati compagni apre anch’egli le sue vie, ripercorrendo le gesta degli amici fonti d’ispirazione, tra le rocce della Corna di Bobbio, dei Campelli e della Grigna. 

Seppur la Corna di Bobbio per tipologia di  roccia sia un ottimo banco di prova per affinare le tecniche di apertura dal basso, tanto da costargli quasi un’occhio a seguito di una rovinosa caduta trapano in mano (e successivamente in faccia…) aprire una via all’Eghen è qualcosa di più… e una volta individuata o meglio, recuperata dalle “Porte del Sogno” appeso sopra il letto la giusta linea di salita, ci vuole anche il partner ideale che, pazientemente fermo in sosta, ti infonda la giusta sicurezza e ti stimoli al meglio nell’esprimere cioè che sei. 

E’ cosi che nasce “Le Porte del Sogno”, una via che riassume la storia degli apritori e la filosofia che vi sta alla base: trovare la linea più logica e bella di salita, facendosi guidare solo dagli appigli e dall’istinto, senza necessariamente ricercare il grado più duro e protetta in modo intelligente, in modo da tornare a casa con entrambe le caviglie funzionanti, ma sicuramente provati dai lunghi passi obbligati in libera lontano dalle protezioni… il tutto anche al costo di aggiungere successivamente alcuni fix dall’alto (5 in totale). 

Eh già perché molte volte in apertura risulta impossibile appendersi ai cliff, prendere il trapano e piazzare la protezione e allora si va lunghi assumendosi dei rischi, che sono compensati dall’adrenalina del momento e dalla pienezza delle emozioni vissute.  

Emozioni che sono però personali e forse per egoismo (in modo che esse rimangano uniche) travestito da preoccupazione per i ripetitori (quasi gli obbligassimo a ripetere le nostre vie), ci siamo sentiti in dovere di aggiungere sui passi più pericolosi alcuni fix in un secondo tempo, lasciando a chi vorrà scalarla, la sola preoccupazione dei movimenti e di gustarsi il fantastico mondo che è il Piz Eghen. 

La fantastica roccia del 5 tiro

Prima di chiudere questo racconto è bene anche spendere due righe sullo spirito oltre all’etica con cui abbiamo aperto la via, perché riassume appieno il rapporto che lega i componenti di quel variopinto team, ai piedi della parete in quella nebbiosa giornata autunnale. Come piace definirci a noi un team di fortissimi…  “fortissimi minchioni” …

In sosta nei momenti di relax appesi nel vuoto insieme a me e Pietro c’erano gli ACDC che cantavano all’impazzata TNT e BACK IN BLACK e il clima era di reciproci scherzi e prese in giro… 

Quasi alla conclusione del terzo tiro appeso ad un fix prima di ripartire subito dopo aver chiodato, mi staccai la corda di servizio del trapano dall’imbrago, per calarla al mio partner in sosta per farmi attaccare i “fix lunghi” per la sosta successiva… 

…recupero la corda mi appeno i fix all’imbrago, guardo il diedro finale e con aria baldanzosa dico a Pietro: <<Occhio perché adesso faccio un bel run out prima della nicchia… mi sa che non c’è verso di appendersi prima per proteggere>>… 

…parto deciso e il mio socio mi chiede… <<Ma sei sicuro di andare?!?>> E io <<Si si… Guarda che vado !!!>>… Pietro impassibile mi da cordata e con arrampicata non semplice arrivo dopo circa un 6-7 metri alla  nicchia dove ho deciso di sostare… prendo il martello inizio a battere la roccia, prendo il trapano per forare… peccato però che sia rimasto appeso al fix precedente senza che io mi sia ricollegato la corda di servizio all’imbrago… terrore nei miei occhi e ghisa atomica nelle braccia…e ora? <<Pietro merda ho lasciato giù il trapano>>… e lui <<Si lo so avevo visto prima che partissi ma non ti ho detto niente perché volevo vedere cosa facevi>><<E ora cosa faccio?!?>>… <<Boh vedi tu ma mi sa che devi scendere a prendere il trapano>>…  Grazie al cazzo penso io…

Conclusione… sono sceso a recuperare il trapano ricordandomi per sempre di controllare il materiale prima di partire e di scegliermi amici migliori la prossima volta…  


Relazione

Il Piz Eghen e le sue pareti hanno la caratteristica di svilupparsi su due livelli sovrapposti divisi da una larga cengia erbosa. La parte più bassa seppur molto verticale presenta tratti di roccia davvero notevole, intervallati ad ampie zone erbose e fitte di pini mughi, praticamente un prato verticale puntellato di lisce lavagne di calcare. 

Sulla parte superiore la musica cambia totalmente registro… Le pareti passano dall’essere verticali allo strapiombante, tanto che in inverno difficilmente la neve riesce a fermarsi su di essa e il colare  incessante del calcare di Esino, negli anni qui ha dato il suo meglio. Ruvida e compatta roccia intervallata da buchi di ogni dimensione, ricordando nella sua aleatorietà il finalese, sono la costante della parete nord e nord-ovest.

Infatti le pareti dell’Eghen (tralasciando la parte sud ed est caratterizzata solo da mughi, maggi ciondoli e ripidi canali) presenta due esposizioni Nord & Nord Ovest. La roccia per entrambi è di qualità eccelsa, ma nella prima caratterizzata da un bianco lichene a volte scivoloso tipico di queste zone, cosa che invece a ovest è meno presente, grazie al pomeridiano sole che scalda la parete in estate. 

La via si sviluppa proprio sulla parete nord-ovest e corre a destra dei grandi strapiombi giallastri e a sinistra dei verticali camini di Siddartha, solcando le grigie placche strapiombanti per uno sviluppo complessivo di circa 300m.


Avvicinamento

Da Cortenova in Valsassina si raggiunge la frazione di Prato san Pietro all’altezza della piazza principale si prende la strada in salita che costeggiando il fiume in salita, passa accanto alla chiesa principale e successivamente conduce al parcheggio della Valle dei Mulini, nei pressi di una antica officina in parte abbandonata. Da qui per l’accesso vi consigliamo vivamente l’uso dei bastoncini e data la tipologia dell’avvicinamento due maglie di ricambio…

Parcheggiata la macchina nei pressi di una grande platano si segue la strada sterrata che inizialmente sale sulla sinistra orografica e successivamente nei pressi di una baita attraversa il fiume per salire in direzione degli alpeggi prima di Taec e poi del Zuc. Sono presenti diversi sentieri che tagliano la strada, accorciando notevolmente il percorso.

Arrivati alla fine della strada proprio sopra le baite dell’alpeggio Zuc (40 minuti) si imbocca un sentiero che si addentra seguendo la dorsale in salita tra la fitta vegetazione (ignorare una traccia che si stacca sulla sx in falso piano) e successivamente con ripida traccia al limitare di un bosco di faggi. La si segue fin tanto che si perde nei pressi di un recente taglio del bosco caratterizzato da rovi sulla dx. Qui si sale senza fisso percorso sul limitare del bosco fin quasi sotto delle banche rocciose, dove si trova nuovamente la traccia del sentiero che taglia decisamente a destra in piano e poi in salita, nuovamente in un bel bosco di faggi, fino ad un caratteristico passaggio su di una fascia rocciosa.

Si segue il sentiero principale senza grosse problematiche di orientamento fin tanto che si arriva su di un’ampia dorsale, dove si ignora una traccia in discesa e si segue il filo della dorsale in salita a cavallo tra i due versanti est e ovest.

Seguita la dorsale per circa un 300m si giunge ad un punto in cui il sentiero spiana leggermente e successivamente torna a salire. Da qui seguire il sentiero in salita fin per meno di 100m fin tanto che si incontra un sasso sulla dx del sentiero con una scritta “parete” in rosso sbiadito. 

Da qui si segue verso destra una traccia appena accennata che taglia a mezza costa il ripido bosco di faggi, con rari bolli rossi sulle piante.  La si segue lungamente fin tanto che attraversa un primo canale molto chiuso da ripidi lati che si passa grazie anche all’aiuto di una vecchia corda fissa. 

Si taglia sempre sulla stessa altezza il bosco con traccia ancora meno evidente fin tanto che il bosco non cambia leggermente esposizione, per risalire di circa 50 metri in verticale nel bosco fino a reperire un ometto di pietra e nuovamente una traccia più marcata, che continua sempre in leggera salita fino ad un nuovo canale che si attraversa dapprima scendendone all’interno in corrispondenza di un passaggio tra i mughi e successivamente si risale al suo centro per qualche metro in corrispondenza di uno scivolo di roccia. Da qui ancora verso destra in direzione della oramai evidente parete.

Dato che sulle ripide cenge e sullo zoccolo sono presenti molti camosci è bene fare rumore e aspettare che spaventati scappino prima di transitare sotto la parete…

Giunti alla base della parete del Piz Eghen, la si costeggia tutta verso destra portandosi al suo limite in corrispondenza di un catino roccioso (partenza vecchio accesso dello zoccolo). Qui i local lasciano normalmente i bastoncini e ci si cambia la prima maglia, indossa il casco e imbrago.  QUESTO TRICK PERMETTE ANCHE A CHI ARRIVA DOPO DI SAPERE SE SOPRA LA SUA TESTA CI SONO ALTRE PERSONE IN PARETE E GESTIRE MEGLIO LA SALITA SULLE FISSE CHE PUR PRESTANDO ATTENZIONE SMUOVONO SEMPRE PARECCHI SASSI !!!

Molto utile avere una longe e tibloc per risalire le fisse.

Da qui si gira ancora verso destra passando per mughi tagliati recentemente portandosi al limite del bosco salendo per traccia che costeggia il ripido canale d’eghen.

Da qui si perviene un sistema di corde fisse (da verificare) che conducono in circa 30/40 minuti alla cengia dove attaccano le vie. 

La via attacca proprio difronte alla fine delle corde fisse alla partenza di una rampa canale (primo tiro della via Fasana e in comune con Siddartha.


Descrizione tiri

L1: IV 60 m. Dalla fine delle corde fisse si raggiunge frontalmente la base di un diedro, alla cui destra parte il largo canale colatoio, che percorrendolo nel suo centro permette di salire il primo tiro della via Fasana (IV) oppure stando leggermente a dx su roccia migliore il primo tiro di Siddartha (IV+). Alla partenza è presente un fix di sosta. Alla fine del tiro ci si stacca a sx traversando qualche metro sopra un salto di roccia (con nicchia all’interno del canale) all’evidente sosta su fix da collegare.


L2: 6B 25m. Ad un primo scontroso passo in placca verso sx, seguono una serie di placche leggermente strapiombanti ma con alcuni buoni buchi, alla fine delle quali con un passo atletico e strapiombante verso dx (utile friend medio), si giunge ad un ristabilimento e dopo pochi metri verticali alla comoda sosta.

L2: 7A+ 30m. Tiro spettacolare !!! Dopo qualche metro verticale su roccia che richiede un minimo di attenzione (2 fix aggiunto dall’alto…) si raggiunge una fessura che porta verso destra. Si abbandona la fessura dopo qualche metro con enigmatico passo di equilibrio verso sx. Continuità su buchi per alcuni metri e finale più facile ma con chiodatura più distanziata. In uscita tenere la dx per arrivare in catena. Sosta scomoda su due fix da collegare.


L3 7A+ 25m. Verticali sopra la sosta ad un diedro svasato che si sale qualche metro e successivamente si aggira il bordo di uno spigolo con passo aleatorio fino ad entrare in un successivo diedro, che con arrampicata più facile conduce alla sosta con catena in un nicchia. (2 fix aggiunti dall’alto…). Durante una ripetizione sul passo chiave si è rotto un appoggio svasato diventando molto più marcato e modificandone il grado originale di apertura di 7B.

L4: 6C+ 25m. Muro verticale in grandissima esposizione proprio sopra i gialli strapiombi. Roccia perfetta e scalata tecnica di gran continuità. Ignorare dopo qualche metro un fix sulla dx (precedente tentativo utile per rinviare le corde in calata).


L5: 6C 30m. Partenza di difficile interpretazione poi più semplice per muro lavorato a buchi, attenzione a non traversare troppo a destra nel tratto facile, fix non visibili sulla verticale al termine del traversino iniziale a sinistra. 


L6: 6C 25m. Tratto iniziale di dita e poi continuità su buone tacche ma non sempre vicine. Sosta scomoda con catena ma obbligata dalla qualità della roccia.


L7: 6A+ 25m. A sinistra per un breve strapiombo iniziale poi per buone lame (1 fix aggiunto dall’alto…) e buchi si giunge (clessidra con cordone) alla compatta e splendida placchetta finale dove si sosta su un’esile cornice.


L8 III 20m. traversare brevemente a destra fino a raggiungere e salire un pilastrino, ci si sposta a sinistra presso una cengia ricoperta di mughi e poi più direttamente per risalti erbosi (fix) alla sosta sulla cima (mughi con cordone e maglia rapida di calata).

Dalla sosta su mughi procedendo legati (consigliato) spalle alla via si può scendere ad un intaglio per poi risalire il bordo opposto fino ad un cumulo di sassi (cima del Piz Eghen) dove è presente il libro di vetta.


Discesa

Le possibilità sono due, la prima consigliata è quella di calarsi sulla via Soffiando nel Vento con una serie di calate da 60m poco esposte e molto gestibili, mentre la seconda è quella di calarsi sulla via con una serie di calate da 60m nel vuoto (le prime fuori linea della via e a dx faccia a monte). Questa seconda opzione è molto esposta e richiede esperienza nella gestione delle calate, le cui ultime vanno rinviate in più punti per non perdere il contatto con la parete.

Calate su Soffiando nel Vento:

Dalla sosta su mughi calarsi lasciando sulla dx di circa 5 metri l’ultimo tiro della via “Le Porte del Sogno” con una sola corda (calata corta circa 15m) fino ad una sosta a fix su di un terrazzino.

Da qui con calate da 60m fino alla cengia mediana.

Nella prima doppia da 60m metri dal terrazzino è fondamentale stare a sx di un intaglio appena si parte per permettere un agevole ritiro delle corde.

Arrivati alla terrazza mediana (partenza via Cassin e Prigionieri), si risale verso dx (faccia a monte) la cengia aggirando lo spigolo della parete e raggiungendo il punto di partenza delle corde fisse.

Calate su “Le Porte del Sogno”:

Dalla sosta su mughi calarsi con una sola corda fino alla sosta finale del tiro di 6A+ e da li con calate da 60m le prime fuori linea di salita, fino al canale colatoio del primo tiro. Le ultime due calate richiedono molta attenzione perché completamente nel vuoto ed è necessario rinviare alcuni fix presenti per non perdere il contatto con la parete. L’ultima calata nel vuoto deposita all’interno del canale e ci si deve portare ad un fix con maglia rapida circa 5 metri sotto la sosta di partenza del primo tiro di 6B nei pressi di un salto di roccia con nicchia. Da qui con calata da 60 fino all’arrivo di corde fisse.

Calate dello zoccolo: 

Dalla partenza della via ci si sposta sulla cengia prestando attenzione (esposta) di circa 5 metri a sx (faccia a monte) fino ad una sosta cordonata con fix di calata (60m) che conduce fino alla partenza dell’ultimo tratto di corde fisse.

Da qui abbassandosi leggermente a sx (faccia a monte) si trova una sosta con due fix collegati da un cordino e si effettua una calata da 60m tenendo leggermente la sx faccia a monte. Da qui altre due calate da 60m tendendo sempre leggermente a sx e poi una calata da 40m deposita alla base del canale di partenza del vecchio itinerario dello zoccolo, punto di deposito di bastoncini e maglietta…

Eventualmente è possibile anche scendere usando le fisse ma facendo molta attenzione per via dei lunghi tratti di disarrampicata e per l’esposizione.